Negli ultimi giorni di campagna elettorale non si è quasi parlato d’altro: alcuni ne sarebbero entusiasti, altri dicono che non è fattibile o che non sarebbe giusta e favorirebbe troppo i ricchi e le persone con reddito alto.

Non a tutti, però, è chiaro in cosa consista la cosiddetta “flat tax” e in che modo la applicherebbe chi per mesi ne ha decantato le virtù, facendone il centro della propria campagna elettorale.

Il sistema italiano di tassazione del reddito è di tipo progressivo: questo significa che a seconda della fascia di reddito nella quale ricade il singolo contribuente, si applica un’aliquota differente, che cresce con l’aumentare del reddito.

Secondo l’articolo 11 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi [TUIR], le aliquote IRPEF sono cinque:

  • fino a 15.000,00€ di reddito, si applica un’aliquota del 23 per cento;
  • oltre i 15.000,00€ e fino a 28.000,00€, l’aliquota è del 27 per cento;
  • oltre i 28.000,00€ e fino a 55.000,00€, l’aliquota sale fino al 38 per cento;
  • oltre i 55.000,00€ e fino a 75.000,00€, l’aliquota da applicare è del 41 per cento;
  • oltre i 75.000,00€, l’aliquota sale ancora fino al 43 per cento.

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 Che cos’è la flat tax

Quando si parla di flat tax si intende invece un sistema di tassazioni che prevede un’aliquota unica.

Questo significa che la percentuale di tasse che un cittadino paga è sempre la stessa, indipendentemente dal fatto che il suo reddito sia di diecimila o di duecentomila euro.

Un simile provvedimento, nelle intenzioni di chi lo applica, serve ad incrementare l’occupazione, incentivando le nuove assunzioni: infatti è stato applicato in molti paesi dell’europa orientale, dove l’economia in forte crescita si avvantaggia significativamente di un basso costo del lavoro.

In realtà, esattamente come previsto nella riforma proposta dalla coalizione di centrodestra, il sistema può essere mitigato da una “No tax area”, che lo rende più progressivo e meno penalizzante per le classi medio-basse.

La no tax area in parole semplici è una quota minima di reddito sotto la quale non si applica alcuna aliquota, come vedremo più in dettaglio nel paragrafo successivo.
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Come funziona la flat tax

In pratica, la proposta del centrodestra prevede che dal conteggio delle tasse da pagare sia esclusa quella parte di reddito che rientra nella no tax area [almeno fino ad una certa fascia di reddito].

Essenzialmente, applicando per esempio una no tax area di 10.000,00€ ed un’aliquota fissa del 25%, chi guadagnasse fino a 10.000,00€ non pagherebbe nulla, mentre chi guadagnasse rispettivamente 20.000€ o 40.000€, per sapere quanto versare dovrebbe fare questo calcolo:

20.000€ = (20.000€ – 10.000€) x 0,25 = 2.500€ di tasse sul reddito oppure

40.000€ = (40.000€ – 10.000€) x 0,25 = 7.500€ di tasse sul reddito
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I pro della flat tax

I vantaggi di questo sistema sono ovviamente nella ridotta pressione fiscale, specialmente sulle fasce alte di reddito.

Nelle intenzioni di chi propone la riforma, questo dovrebbe aumentare la propensione delle imprese ad assumere per via del ridotto costo del lavoro.

D’altra parte, però, la tassazione più bassa dovrebbe anche convincere gli imprenditori che hanno delocalizzato le loro aziende oltre confine per usufruire dei più vantaggiosi sistemi fiscali, a riportare le attività in Italia.

Dovrebbe inoltre persuadere molti dei liberi professionisti che evadono o eludono le tasse a dichiarare integralmente il proprio reddito.
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I contro della flat tax

I detrattori della riforma hanno alcune forti argomentazioni a loro favore.

La prima, innegabile, è che di fatto si tratta di un sistema che favorisce chi ha un reddito alto. Non c’è bisogno di fare molti conti per convincersi che la diminuzione della pressione fiscale andrebbe soprattutto a vantaggio di chi prima pagava aliquote ben più alte e che questi contribuenti, specialmente quelli che hanno un reddito superiore ai 55.000,00€, si vedrebbero le tasse di colpo quasi dimezzate, mentre i vantaggi per le fasce di popolazione più disagiate sarebbero di poche centinaia di euro annui.

Questo aumenterebbe forse la propensione delle aziende ad assumere ma non stimolerebbe di certo i consumi, già ridotti dall’aumento della concentrazione della ricchezza.

D’altra parte, il denaro non versato nelle casse dello stato andrebbe comunque recuperato in altro modo [il nostro debito non ci permette di diminuire in maniera così spiccata le entrate dello stato] e l’unico percorribile sarebbe aumentare le imposte indirette, come l’Iva e le accise, che di nuovo penalizzano i consumi e vessano le fasce più povere della popolazione.
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La flat tax in Europa

I casi più noti di paesi nei quali si applica un’aliquota unica sono quasi tutti paesi dall’economia emergente ed in via di sviluppo ma non certo avanzata: Russia, Lettonia, Lituania, Serbia, Ucraina, Georgia e Romania. Anche la Slovacchia ha applicato una flat tax in passato, ma ha dovuto di recente [2013] abbandonare questo sistema.

Le opinioni degli esperti di economia di livello internazionale sono discordanti rispetto all’applicazione di sistemi ad aliquota unica.

Non è chiaro se nella maggior parte dei paesi che ha fatto questa scelta, essa abbia giovato all’economia ma i dati sembrano indicare che non abbia inciso significativamente sul gettito fiscale, ne in positivo ne in negativo.

Considerato che, come abbiamo visto, si tratta di paesi emergenti, nei quali l’economia è in crescita, almeno questo punto sembra certo: se la riforma verrà approvata, dovremo trovare altri modi per compensare le mancate entrate nelle casse dell’erario.
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