Sono in moltissimi a parlarne e non pochi ad avere approfittato, di quello che sembrerebbe il boom finanziario dei prossimi anni.

Le criptovalute, con in testa il capostipite Bitcoin, da un paio d’anni sono letteralmente sulla bocca di tutti, anche per i profitti milionari che hanno realizzato quegli imprenditori che sono attenti alle novità offerte dalla tecnologia.

Più di recente, però, le stesse criptovalute hanno attratto l’attenzione soprattutto per le perdite, altrettanto drammatiche, che hanno colpito gli speculatori più piccoli.

Hanno subito specialmente quelli che sono arrivati nel mercato senza avere solidissime conoscenze ed aver compreso che le regole del mercato finanziario legato alle blockchain sono diverse da quelle che si applicano alla finanza classica.

Basti un esempio: il valore del Bitcoin solo nei primi due mesi del 2018 ha avuto una fluttuazione pazzesca, da un massimo oltre i 17.000€ nella seconda settimana di gennaio ad un minimo ben sotto gli 8.000€ nel corso della prima di febbraio.

È chiaro che, con una simile volatilità, non si tratti propriamente di un investimento solido, da tenere nel cassetto.
Il Bitcoin è stata la prima criptovaluta creata con questo metodo ed è tuttora la più conosciuta, almeno fuori dal piccolo cerchio degli addetti ai lavori del settore blockchain. Tuttavia, cos’è la blockchain?
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Cosa sono le criptovalute e cos’è la blockchain

Il concetto di blockchain è stato teorizzato nell’ultimo decennio del secolo scorso e non è particolarmente complesso. In sostanza, si tratta di costruire un database condiviso a livello globale e composto di un codice particolare, con un sistema di crittografia “asimmetrica”. La caratteristica peculiare di questo codice è che ogni porzione discreta del codice [il cosiddetto “block”] è unica e non può essere alterata senza che siano alterate anche tutte le parti di codice che la precedono nella catena [chain].

Infatti, il codice è costituito da una chiave pubblica, visibile a tutti, ed una chiave privata, che viene utilizzata per “firmare” le transazioni da chi compie lo scambio e va a comporre poi parte dell’algoritmo della chiave pubblica. Il concetto da cui si parte è la crittografia asimmetrica ed il metodo consente di identificare in modo univoco sia le unità di valuta che le transazioni effettuate, impedendo la clonazione delle une e delle altre.

In sostanza, semplificando al massimo è come se, prima di dare al negoziante una banconota da dieci euro, ci scrivessi sopra il mio nome e la data, in modo che in un secondo momento non sia possibile negare che quella banconota l’ha ricevuta proprio da me, in quel giorno e per quello scopo preciso.

La blockchain è quindi un metodo semplice per garantire l’unicità di un dato, contro qualunque tipo di contraffazione. Questo concetto può essere applicato negli ambiti più diversi, non solo in quello monetario: può garantire l’unicità di qualsiasi contratto, compresi brevetti, accordi economici, documenti e scritture private. I campi di applicazione della blockchain non sono ancora stati esplorati, se non in minima parte.

Nel 2008, un anonimo (o un gruppo di anonimi, non lo sappiamo) utilizzando lo pseudonimo “Satoshi Nakamoto” ha lanciato un sistema per utilizzare questo concetto nel “conio” di una valuta valida per le transazioni online, chiamata per l’appunto Bitcoin.

Negli anni sono stati fatti molti altri tentativi di creare sistemi simili, alcuni [come Ethereum, Ripple o Dash] con successo, altri senza. Almeno per ora, il Bitcoin è comunque rimasto la criptovaluta più conosciuta ed utilizzata nel mondo.
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Come si inquadrano

La particolarità di utilizzare la blockchain per validare le singole unità monetarie risiede proprio nella certezza che, almeno con le attuali tecnologie, sia impossibile contraffare la blockchain e quindi appropriarsi indebitamente di una criptovaluta.

L’idea di partenza di Nakamoto era eliminare la necessità di utilizzare una banca come garanzia per qualsiasi operazione di scambio economico, un concetto che ha varie implicazioni, non tutte della massima trasparenza. È noto infatti che le criptovalute siano state utilizzate estensivamente per le transazioni illegali sul cosiddetto “dark web” e siano considerate la nuova “frontiera” per chi si occupa di riciclare il denaro, sebbene i meccanismi utilizzati non siano ovviamente noti.

Bitcoin ed altre monete virtuali negli ultimi anni hanno però attirato anche l’attenzione di speculatori ed imprenditori a caccia di profitti facili che, vedendo le impennate che subiscono le quotazioni, si sono affrettati ad investire. I risultati sono stati eccellenti per alcuni, disastrosi per molti altri, specialmente per chi è approdato nel mercato delle cryptocurrencies senza le conoscenze necessarie e senza una strategia di uscita, sull’onda dell’entusiasmo per i profitti altrui.
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I rischi più comuni

Un’ulteriore attrattiva delle criptovalute è certamente rappresentata dalla scarsa regolamentazione degli scambi a livello fiscale, particolarmente nel nostro paese, da sempre più soggetto degli altri all’inerzia quando si tratta di reagire alle innovazioni.

Il rischio più importante è quello di incorrere in procedure legali, perché le attività di acquisto e cessione di questo tipo di beni spesso si svolgono su mercati non regolamentati.

Un altro rischio importante, connesso proprio a questa scarsa regolamentazione, è di vedere svanire nel nulla i propri investimenti dalla mattina alla sera per “chiusura dell’attività”, che può essere dovuta alla violazione di leggi e regole da parte della società che controlla la criptovaluta stessa, ma anche a frodi o attacchi di hacker.

Un modo per tutelarsi in parte da questi problemi potrebbe essere lo stoccaggio “fisico” dei valori acquistati, per esempio in una chiavetta USB o in un Hard disk portatile, che almeno quando non sono collegati fisicamente alla rete non possono essere “attaccati” dai pirati informatici e possono costituire prova delle avvenute transazioni in caso di truffa.
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La tassazione

La legislazione che riguarda il mercato delle criptovalute, come abbiamo visto, sta muovendo i suoi primi passi e persino nel reattivo ambito dei paesi più avanzati dal punto di vista finanziario le regole sono ancora fumose ed incerte.

Pare che, secondo quanto riportato dal d.Lgs. 90/2017, le società che effettuano compravendita di questo tipo di valute debbano essere equiparate, dal punto di vista fiscale, alle società di intermediazione [comunemente dette Currency Exchanger], che vengono tassate in relazione alla differenza fra quanto versato dal cliente e quanto corrisposto per l’acquisto, ovvero sulla plusvalenza ricavata dal servizio.

Le operazioni così tassate, com’è logico, non sarebbero però soggette ad iva.

Per quanto riguarda i privati, la situazione è ancora più confusa. A dar credito all’interpretazione che equipara le criptovalute alle monete straniere, come è scritto nel testo unico delle imposte dei redditi:

“le plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso di valute estere rivenienti da depositi e conti correnti concorrono a formare il reddito a condizione che nel periodo d’imposta la giacenza dei depositi e conti correnti complessivamente intrattenuti dal contribuente, calcolata secondo il cambio vigente all’inizio del periodo di riferimento sia superiore a 51.645,69 euro per almeno sette giorni lavorativi continui”.

Solo nel caso in cui si superi la fatidica soglia riportata, l’imposizione fiscale sarebbe quindi al 26%.
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Il quadro RW

Sempre volendo equiparare Bitcoin e simili a valute straniere, come pare nelle intenzioni del legislatore, un altro problema non di poco conto sarebbe la compilazione del quadro RW.

Nonostante l’applicazione di questa norma non sia attualmente prescritta, è prevedibile che in futuro sarà implementata ed il valore posseduto in criptovalute andrà riportato nel quadro RW della dichiarazione dei redditi, al fine del monitoraggio fiscale.

La pena per la mancata dichiarazione sarebbero rilevanti sanzioni pecuniarie: fra il 3 ed il 15% del non dichiarato su base annuale, da raddoppiare nel caso di transazioni nei paesi della famosa “black list” che sono quelli dove più spesso hanno sede le società interessate dagli scambi.

Tutto sommato, quindi, nonostante l’indubbia attrattività, un mercato tanto imprevedibile comporta rischi che non possono essere corsi senza la consulenza di società esperte nella regolamentazione internazionale in materia commerciale e fiscale.
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